storie vive 12.02.2005

Mi ricordo il periodo in cui ho scritto queste righe. Era febbraio 2005. Un anno in cui stava succedendo tutto… Le incertezze e le sofferenze sulla separazione . La malattia di mio padre. Primi fievoli passi per rialzarmi mentre stavo ancora cadendo. Ma non lo sapevo…

 

Farsi scivolare addosso le emozioni, smettere per un attimo di pensare e lasciarsi vivere… senza un prima, senza un dopo. Solo guardandosi negli occhi e desiderando di esserci. Senza volerci a tutti i costi, senza possedersi. Senza pretendersi. Uscire dal nostro segreto angolo ed abbracciare una sensazione che passa in quell’attimo esatto in cui capisci che la puoi cogliere… e trattenerla stretta nei pensieri e nella pelle. Per quanto bella è stata. 

E poi cercarla ancora e ancora con il timore di non trovarla più che si fa sentire… quando già sappiamo che succederà esattamente così… quando è già successo… quando l’incanto si rompe lasciando la strada ai timori, ai voleri, ai doveri, alle interpretazioni…

Siamo quello che sentiamo… E subito dopo siamo di nuovo quello che pensiamo, che temiamo, che decidiamo… Incapaci di perdersi ancora. Avvinghiati alla paura di provare, alla paura di non riprovare… sbarriamo le nostre strade e cala il sipario della spontaneità.

Lo scontro che ferisce è quello in cui si nega ciò che sappiamo esistere, per il solo fatto che…c’è stato…

Il mondo con crudeli occhiali ci distoglie dalla dolcezza, dall’intimità, dalle unioni e ritorniamo freddi di sguardi distolti, di toni irruenti che ledono il fragile senso del benessere così brevemente assaporato… il profumo della nostra pelle, il suo fruscio, la musica che sappiamo comporre svanisce e resta tanta tanta tristezza per la solitudine in cui siamo tornati…

E poi ti rialzi. E spesso ti scopri più grande di prima. Più ampio e spazioso. Aggiungendo al tuo piccolo scorcio di vita, altra vita. E restringendo sempre di più l’attenzione alla tua essenza… che brilla. Diversamente.


😉

Michela

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